L’insostenibile mancanza della t-shirt asciutta in fondo allo zaino

I preparativi (minuziosi). Il primo pensiero va allo scarpone da sci che hai rinchiuso in cantina e per i prossimi 9 mesi non ti farà del male. Il cugino estivo è un tipo amichevole, leggero e con colori limitatamente eccentrici, quasi familiare per quella banale chiusura a lacci con solo un paio di gancetti nella parte alta. Cerca di darsi un tono professional. Poi c’è lo zaino, verde acido, di lui sei molto orgoglioso. L’hai acquistato in un negozio dell’Alto Adige, dove di montagna ne sanno davvero. Sagomato per la schiena, laccetti e tasche nascoste, capienza dichiarata 25 litri. Ti è sempre sembrato piuttosto piccolo, ma nel disperato tentativo di evitare la dissonanza cognitiva data dalla memoria del prezzo, non avrai mai il coraggio di ammetterlo con te stesso. Quello che serve, ci sta.

L’avvicinamento (lento). Radunati i partecipanti all’escursione, inizia il trasferimento verso il punto di partenza. Il bagagliaio è una chiara fotografia del team, affollato di scarponi e zaini multiformi, giubbotti estivi e da sci, berretti di pelliccia, lana e sintetici per i più temerari. Racchette telescopiche, perchè anche nei peggiori gruppi di escursionisti un professionista vero c’è sempre (e ovviamente non sei tu). Per levarsi ogni dubbio sull’elevato livello tecnico, dai sedili posteriori giungono dopo poco le prime preoccupazioni sul meteo variabile, le temperature in picchiata, gli hobby che permetteranno all’abitante del paese composto da 3 case e disperso tra le Valli del Natisone, di non tentare ripetutamente il suicidio in questo 25 aprile che sembra il 25 gennaio.

trekking

La salita (coscienziosa). Con la scusa che “io ce la farei, ma è la prima uscita dell’anno”, sul Matajur ci sei salito a motore. Ma in fondo, piuttosto in fondo, trovi quel briciolo di amor proprio che ti costringe a guadagnarti almeno all’apparenza il pranzo al rifugio, che già lo sai come andrà a finire. Il gruppo si incammina, incurante del vento gelido che dopo poco lascia il campo ai fiocchi di neve (la neve?!?? è fine aprile e ieri c’erano 25 gradi). Per fortuna l’ora ormai tarda frena dopo poco le ambizioni degli scalatori più convinti, e quella cima che poi non è così lontana, per stavolta lo resterà comunque abbastanza (in fondo arrivarci sapendo di aver barato per i primi 600 metri di dislivello non sarebbe stato granchè).

salita

La seduta (golosa). E dopo tante fatiche, sei finalmente a tavola, Rifugio Pelizzo. Tra i piatti degni di menzione: le crespelle con verze e salsiccia, le tagliatelle al ragù, la carne di vitello alla fiamminga (saporita, condita con capperi, va beh quasi fiamminga), la torta ai mirtilli. La tovaglietta dice “GiraRifugi” (pensi è un segnale, devo scrivere un post), parla a quelli che in una stagione arriveranno ad almeno 10 rifugi, a piedi e senza barare ovviamente. Per premio riceveranno una maglietta, riconoscimento per le fatiche e il sudore. Difficile riuscirci, ma mai come ora la vorresti. Perchè hai trasgredito la regola fondamentale: avere sempre una t-shirt asciutta in fondo allo zaino. E così resti lì, sazio, sudato e infreddolito. Forse è la vendetta del dio della montagna.

montagne friuli

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