Questione di curve

La prima volta allo stadio avevo 8 anni. Mi ci portò mio padre, stadio Friuli di Udine. Erano le notti magiche di Italia ’90, in campo Spagna e Korea del Sud. La prima non era ancora lo squadrone di oggi, la seconda beh, aveva ampi margini di miglioramento. Vinse la Spagna, ricordo i suoi tifosi che non smisero un attimo di cantare e suonare qualche fila sotto di noi, avevo al collo una sciarpa gialla e rossa di lana che pizzicava da pazzi, con una scritta incomprensibile, Espana.

La seconda volta risale alla scorsa settimana. In mezzo tanta, tantissima dedizione allo sport più bello del mondo, quello in cui il pareggio non esiste, il rischio infarto è una costante, gli arbitri sono 3 e da anni usano la prova tv in campo, e nei time out ci sono le cheerleader. Parlo del basket, ovviamente.

L’occasione però di vedere la mia Juve, a San Siro contro il Milan, mi sembrava valesse davvero la pena. Così mi affido a uno dei miei migliori amici, lui sì ben inserito nel mondo dello sport nazionale, e intenzionato ad organizzare la trasferta milanese con tanto di furgone 9 posti e altri 5 tifosi di lungo corso. – Ah non ti ho detto, andiamo via con il Milan Club di un paesino vicino casa. Non è mica un problema, vero? Abbiamo trovato dei posti in Curva Sud, subito sotto gli ultras, ci sarà da divertirsi – mi dice. – Se hai una sciarpa della Juve non portarla però, è meglio. Seguono mie riflessioni nell’ordine: Tanto la sciarpa non ce l’avevo. Se segnamo come faccio a esultare? In fondo è solo una partita. Te la farò pagare.

Sul furgone, anche lui senza sciarpa, un altro giovane infiltrato bianconero. Mi fa un cenno d’intesa, senza dare nell’occhio ma consapevole della netta superiorità sulla carta della nostra squadra di supercampioni contrapposta a un gruppo di giovani speranze. Preparato anche ad un viaggio di ritorno potenzialmente insidioso, sicuramente in caso di vittoria, forse peggio a fronte di una sconfitta.

I sospetti iniziali si trasformano presto in divertenti e reciproci sfottò. Il gruppo si amalgama in fretta attorno a birre, pane, salame e formaggi che da buoni friulani ci siamo portati in quantità, e consumiamo non appena parcheggiato a circa 20 minuti dallo stadio.

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Poi arrivi a San Siro. E non importa per chi. Ti godi lo spettacolo. 80.000 persone sono tante, salgono verticali sul campo e, ad ascoltar bene, forse stanno facendo dei cori appena ostili verso la tua squadra del cuore. Li perdoni, sei a casa loro. Entrano le squadre, la curva intona gli inni, alzi il foglio rosso e contribuisci alla loro coreografia. Devi pur camuffarti, resti sempre un infiltrato dietro le linee nemiche.

Sogghigni quando vedi le foto della serata. I capi ultras milanisti non hanno brillato quando a scuola insegnavano le vocali. E così Milano esce senza la I. Piccola gioia, perché per il resto la Juve perde, gioca male, e prende un gran gol da un ragazzino di 18 anni. Bravo lui. In curva festeggiano (tutti – 2), le famiglie con i bambini dietro di noi, e i ceffi della mala anni Ottanta che dalla fila davanti ci hanno regalato novanta minuti di fumi stupefacenti.

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Il rientro è da gente che ama lo sport, e la sconfitta è tra le possibilità. Certo, io non voglio perdere nemmeno a carte con mia sorella, mi diceva un bravo allenatore. E a chi basta partecipare, forse non interessa abbastanza.

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