Antichi mestieri, nuove tecnologie

Nella mia testa il calzolaio è un signore gentile che lavora in un laboratorio di 5 metri quadrati, indossa un grembiule in pelle pesante, ha braccia magre e sporche di grasso. Lo stesso vale per il viso.

Vicino a lui una signora sui 50 anni, ne dimostra 60, è l’addetta alle pubbliche relazioni. Si affaccia al banco, appiccica un pezzetto di scotch di carta sotto alle tue scarpe e ci scrive il nome. Poi, senza grandi complimenti, le butta sopra una delle mensole dietro di lei. Sono almeno 3 ripiani, e corrono lungo tutto il perimetro della stanza. Mi sono sempre chiesto come diavolo facesse a ritrovare le scarpe di ogni cliente in mezzo a decine di paia dello stesso colore, con quale ordine logico avesse organizzato le mensole, sempre che ce ne fosse uno. In effetti a volte il tempo d’attesa durante la sua ricerca poteva diventare importante, ma non ci facevi caso, intento ad osservare il terzo della comitiva.

Sgabello d’ordinanza, maglietta da guerra e grasso abbondante, lavorava con una sigaretta sempre in bocca, fumando senza mai staccarla. Non l’ho mai sentito parlare, ma pestava il martello con gran ritmo e baccano.

Da piccolo ci accompagnavo mia madre dal calzolaio, forse perchè le scarpe duravano meno di oggi, o si aggiustavano di più, ma per me è un ricordo nitido, come di una cosa frequente. Poi da ragazzino mi mandavano da solo, ci andavo in bici, era un incarico di grande soddisfazione e responsabilità. E quell’odore di colle e crema lucida, a me piaceva un sacco.

Un mese fa cerco un calzolaio per sistemare delle suole semi nuove che già danno cenni di tradimento. Ne trovo uno in centro città, entro e sono in un negozio a tutti gli effetti, espositori ben illuminati, lacci, creme da scarpe in vendita, una signora sorridente mi accoglie. Il laboratorio nemmeno si vede, è nel retro bottega, ci lavora il marito (chissà se può fumare liberamente). Poi mi chiede i dati, mi registra nel pc, mi lascia un bigliettino con tanto di numero ID identificativo, avvisandomi dell’sms che riceverò appena pronte.

Il fascino dell’antico mestiere è ormai nascosto agli occhi del cliente, ma almeno non ho dubbi che le mie scarpe le ritroveranno. E poi passa un mese, quell’sms non arriva mai, telefono alla signora preoccupato che il lavoro si sia trasformato in qualcosa di irrimediabilmente complicato. Mi chiede l’ID, mi trova in archivio, mi dice che le scarpe sono pronte da 3 settimane. Ha anche spuntato il flag dell’invio messaggio. Ma la tecnologia ha fallito, ahimè. E così…poca poesia, e niente scarpe.

Le ho ritirate ieri, il lavoro è ben fatto, la signora si scusa e non mi fa pagare nulla. La comunicazione moderna ha fallito, ma la gentilezza di una volta non si è persa. Un piccolo gesto che forse avrà fidelizzato il cliente, nonostante il disguido alla prima esperienza.

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